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Risonanza magnetica funzionale, schemi di attivazione del cervello e diagnostica psichiatrica.

 

RMf

Uno studio del 2014 rivela che potrebbe essere possibile diagnosticare l’autismo con elevata precisione sulla base di tecniche di “lettura del cervello”.

Lo studio, condotto da ricercatori della Carnagie Mellon University, combinava la risonanza magnetica funzionale (fMRI) con nuove tecniche machine-learning, che usano gli schemi di attivazione del cervello per scansionare e decodificare i contenuti dei pensieri.

Attraverso l’analisi degli schemi di attivazione neurale alla fMRI i ricercatori riescono (1) a identificare un concetto, come il pensiero di un oggetto fisico; (2) a valutare il contenuto semantico di un concetto. Lavori precedenti degli stessi autori hanno dimostrato che, in soggetti neurotipici, pensieri ed emozioni specifiche possono presentarsi con caratteristiche di attivazione neurale simili.

Per verificare se queste caratteristiche di attivazione sono diverse nei soggetti con autismo, così da poter essere usate come markers della patologia, i ricercatori hanno eseguito la scansione del cervello in 17 soggetti adulti con autismo ad elevato funzionamento e in 17 controlli neurotipici.

Nella patologia autistica, l’alterazione delle interazioni sociali viene diagnosticata attraverso metodi psichiatrici comportamentali. In questo studio, con la fMRI si dimostra che nei soggetti autistici le rappresentazioni neuronali e i significati di concetti sociali (come insultare, adorare, abbracciare, umiliare) sono alterati. I partecipanti venivano istruiti a pensare la natura di ogni interazione da entrambe le prospettive, quella di chi agiva e quella di chi riceveva, come anche l’intenzionalità dell’azione, le reazioni che poteva evocare e il contesto in cui poteva svolgersi.

I ricercatori riuscivano a distinguere i soggetti autistici da quelli normotipici con un’accuratezza del 97% sulla base delle caratteristiche di attivazione neuronale. Le azioni che descrivevano interazioni sociali nei soggetti autistici ad elevato funzionamento mancavano di attivare una specifica area cerebrale che si associa alla rappresentazione del self (precuneo, cingolo posteriore) e che invece si accende nei soggetti normotipici. Queste differenze non erano affatto evidenti quando i soggetti venivano istruiti a pensare diversi tipi di utensili o di abitazioni, in questi casi il tipo di indagine non riusciva a distinguere i soggetti autistici da quelli normotipici.

 

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Just MA et Al. Identifying Autism from Neural Representations of Social Interactions: Neurocognitive Markers of Autism. PLOS ONE December 2, 2014 on line

http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0113879

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