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Napoli: l’esperienza e la memoria.

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(immagine: manichino in plastica. Giovanni Pirozzi)

Da piccolo, durante i mesi estivi dopo la chiusura delle scuole, passavo le giornate nell’azienda familiare di allevamento di bufale, dove ho preso a lavorare regolarmente dopo aver conseguito il diploma. Lì ho vissuto gran parte della mia infanzia e adolescenza: felice e, nell’ingenuità che caratterizza quell’età, coltivavo il sogno che da grande avrei vissuto sereno in quei luoghi che erano e sono la mia terra.

Durante quegli anni la camorra era già radicata nella cultura delle persone, dove i soldi giustificano qualsiasi comportamento illecito. Crescendo ho sviluppato la passione per l’arte, la via di fuga da quella mentalità che per istinto rifiutavo e che mi faceva sentire come in una gabbia. Musica, cinema e arte figurativa sono passioni che da sempre coltivo come contributo per il cambiamento del mio paese: sculture, un documentario sulla tossicodipendenza AR un artista sconosciuto e un corto Memoria e Rinascita sulla morte di Antonio Bona, vittima innocente della camorra.

Quando cresci in posti come questo ti porti dentro un grande senso di rabbia e frustrazione: la camorra che  commercia il traffico dei rifiuti e gli imprenditori che li interrano fino a inquinare le falde acquifere; gli stessi imprenditori che avevano in mano la crescita del paese e lo stavano distruggendo forse per sempre… Poi la rabbia e il dolore sono entrate in casa sotto forma di malattia, quando a trent’anni ho scoperto di avere un tumore alla tiroide. Dopo l’operazione ho deciso di impegnarmi attivamente contro questo male ed ho incominciato a seguire diversi convegni sulle cause dell’alta percentuale di tumori in queste terre e i modi possibili per attutirne le conseguenze. Due cose sono state immediatamente chiare: la prima, che le istituzioni che omettevano e minimizzavano, erano e sono complici di questo biocidio; la seconda, che il problema aveva assunto proporzioni vastissime. L’indifferenza e la rassegnazione delle persone mi sembravano, comunque, il male peggiore. Andando ai convegni, infatti, notavo la pochissima affluenza e non riuscivo a spiegarmi il motivo di tale disinteresse verso un problema che aveva già creato tante vittime.

In quel periodo, ero da poco entrato a far parte di un’associazione culturale di San Cipriano d’Aversa la Work in Progress che si occupava esclusivamente di promozione musicale. Cercai di aprire gli occhi degli associati sul problema dei tumori, chiedendo la loro attivazione, ma un po’ per paura della camorra e un po’ per apatia all’inizio si dimostrarono indifferenti. Non mi arresi e pensai ad un’idea artistica, perché so bene che l’arte riesce ad arrivare oltre l’indifferenza.  Così proposi un’istallazione artistica che denunciasse l’indifferenza verso il problema dei tumori e le cause di questo biocidio e l’associazione ne fu entusiasta. L’istallazione composta da centocinquanta manichini realizzati con bottiglie di plastica riciclata, con al suo interno parti annerite a ricordare le patologie tumorali nella Terra dei Fuochi. Li istallammo per la prima volta lungo le strade dei comuni di Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano d’Aversa durante un’importante iniziativa dal titolo “Accendiamo la Speranza” l’ 11/12/13 ottobre 2013. Per 3 giorni nelle case, nelle scuole, nelle file agli uffici non si parlava di altro e la sensibilizzazione è stata immediata e collettiva. Da allora, i manichini sono stati ospiti in numerose città, convegni universitari e istituzionali.

L’arte rappresenta anche questo per me: la possibilità di fare qualcosa, una forma di comunicazione diretta e immediata. L’arte è come un sasso gettato in uno stagno, che suscita onde concentriche che si allargano sulla superficie coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, oggetti che se ne stanno ciascuno per conto proprio, nella pace o nel sonno, e che vengono richiamati in vita e obbligati a reagire e ad entrare in rapporto tra di loro. Questo voglio provocare con l’arte: obbligare quelle persone che se ne stanno lì dormienti a reagire; voglio che le mie opere funzionino come tanti piccoli sassolini che gettati nella mente delle persone producano onde in superficie e in profondità, provocando una serie infinita di reazioni a catena, che coinvolgano nella caduta suoni e immagini, ricordi e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria di questa terra.

Giovanni Pirozzi

[highlight] Liberamente tratto da “Reimagination: Autismo, dove ha inizio il cambiamento”; F. Verzella, 2016, in stampa [/highlight]

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