, , , , , ,

Vi racconto la mia terra

albero noce

Da bambina vivevo in una cittadina piccola, di pochi abitanti a nord di Napoli. Andavo a scuola a piedi e mia madre non doveva accompagnarmi, perché a sette anni ero grande abbastanza per arrivare fin dietro al campanile. Questo sporgeva dalla strada di casa mia, che non era asfaltata, perché c’erano solo poche case. D’autunno la mia terra si vestiva di marrone, rosso e giallo per le foglie caduche e mi sembrava ancora più bella. Dalla finestra della cucina si vedeva una campagna vastissima con alti alberi di noci, che coprivano in parte il cono del Vesuvio. Noi bambini dopo la scuola andavamo a giocare, facevamo a gara a chi arrivava più su, sulla cima dell’albero più alto e poi ci pavoneggiavamo discutendo su chi fosse stato il più temerario. La temerarietà è stata la prima cosa che ho imparato nella vita e forse per questo non temo mai le mie scelte. Un pomeriggio d’estate arrivarono le ruspe e sradicarono gli alberi e abbatterono il mio noce preferito e il salice piangente. Ricordo di aver pianto quel giorno; poi mia madre mi fece riflettere che la campagna era una proprietà privata e quegli alberi non erano miei; così mi rassegnai. Crescendo vedevo la mia piccola cittadina crescere insieme a me, sempre più affollata; sempre più case prendevano il posto della campagna e quel profumo di fiori che pervadeva il mio viso di bambina in primavera, mentre raggiungevo la scuola elementare, ora era completamente sparito. Con esso era sparita la mia voglia di vivere a Qualiano.Volevo andare in una città più grande, dove poter fare nuove esperienze; così arrivai a Roma dove vivo attualmente.

Avevo 30 anni quando iniziai ad avvertire una costante stanchezza fisica che in un primo tempo imputavo ai miei nuovi ritmi di vita, al mio lavoro, finché mi decisi ad andare dal medico. I primi reumatologi non si spiegavano perché nonostante avessi sintomi da artrite non si evidenziavano indicatori fuori range. Intanto la stanchezza era diventata una costante della mia giornata, poi iniziarono i bruciori agli arti, alla pelle e poi l’insonnia. Non potevo stare al computer perché dopo un po’ mi bruciava il viso e lo stesso mi iniziò a fare la TV. Mi davano fastidio i profumi, i saponi, il trucco, persino gli indumenti. Non ero allergica, ma qualsiasi cosa mi procurava malessere; iniziai persino ad avvertire i miei capelli come un corpo estraneo, sentivo le loro radici conficcate nel mio cuoio capelluto e mi pungevano e non nascondo che in certi momenti ho desiderato non averli.  Per non entrare troppo nello specifico, ho cambiato almeno 5 tipi di approcci alla mia strana malattia spendendo ogni mese più di quello che guadagnavo, senza mai alcun risultato. Alcuni medici mi osservavano con diffidenza quando raccontavo i miei sintomi, da altri mi sono sentita dire “ci devi convivere, tanto col cortisone si può stare senza dolore tutta la vita”. Il mio ultimo reumatologo ha insistito affinché prendessi un tipo di antibiotico, che mi ha poi prodotto lo shock anafilattico, ricovero all’ospedale San Giovanni col codice rosso, per cui ho davvero rischiato la vita. Ma per fortuna sono ancora qui a raccontare la mia storia! Grazie all’eccellenza di persone aperte, medici, che mi hanno seguito dall’America, ho scoperto che la mia sindrome non ha un nome. La mia sindrome si chiamava intossicazione da metalli pesanti. I mie livelli nel sangue di mercurio, arsenico, cadmio, alluminio, piombo, cesio erano molto fuori range, tanto da suscitare curiosità nel medico che si è occupato della mia chelazione con EDTA per ben tre anni. A distanza di cinque anni posso dire di essermi quasi completamente disintossicata. Oggi non soffro più, ma continuo la mia terapia disintossicante con saune a infrarossi e infusioni di glutatione e Same. Mi piacerebbe poter dire che quella che ho appena raccontato è solo una semplice storia di una ragazza di provincia, che ha superato un momento difficile della sua vita! Mi rendo conto, invece, che sto raccontando la storia, della mia terra. La storia di quella strada di campagna dove hanno  sradicato i noci per fare spazio all’abusivismo edilizio, che ha smesso di profumare di gelsomino e mimosa, per odorare delle esalazioni delle “ecoballe”, che forse presto cederanno il passo ad un termovalorizzatore. La mia terra, avvelenata scelleratamente delle sue innumerevoli discariche abusive, con rifiuti tossici speciali e con i sui roghi e i sui martìri, è stata la causa della mia malattia e  di quella degli altri che sono morti o che si ammaleranno.

Franca Basile

[highlight] Liberamente tratto da “Reimagination: Autismo, dove ha inizio il cambiamento”; F. Verzella, 2016, in stampa [/highlight]

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *