About

franco-verzella-about

 

PREMESSA

“E’ tempo di cambiare noi stessi insieme a questo mondo, che fino a ieri si è trasformato senza di noi… tornare a guardare sinteticamente all’uomo e al suo desiderio politico fondamentale, per lo più inespresso, quello di essere felice”
Sabino Acquaviva

L’esperienza professionale e la ricerca privata di un equilibrio e di una risposta ai quesiti che avevano affrescato i miei vent’anni, sono vissuti insieme, allacciati in un gioco senza rete, proiettati in avanti da quella formidabile e trasparente certezza che natura in ciascuno di noi, nei grandi appuntamenti percettivi dell’adolescenza.
Con chiarezza si sono stampate nella memoria osservazioni e sorprese che mi hanno assalito nell’infanzia e nell’adolescenza, nei contatti con il mondo degli adulti e con le sue convenzioni.
Da una parte la vita, l’abbagliante vocazione a percorrerla improvvisamente, irreversibilmente, nell’abbraccio di un’adesione totale, riconoscente, commossa, eccitata.
Dall’altra i ma, i se, le pause recitate, le ambivalenze ferite, i sorrisi spenti,che via via frantumavano il primitivo disegno di gioia, intristivano e rattrappivano lo slancio, proiettando nel profondo l’ombra deserta e ghiaccia della sfiducia, della motivazione contro, della negazione. Sofferenza che si appropria intrinsecamente della tua intimità; dolore che chiede in pegno… la tua rimozione!

La gratuità, la leggerezza, la evocabilità, l’innocenza, la ripetitività dell’esperienza dolorosa disegnata sui volti, chiusa nel comportamento, manifesta nella voce, affondata nello sguardo della nostra disillusione, come un tratto caratteristico, simbolico della nostra specie.
La sofferenza che si rigenera in te, come il rovescio di una garanzia, in un aggancio reale con il bene. Una frase non pronunciata, un patto non dichiarato, ma intrinseco al nostro percepire. Una forma di complicità con il nemico, sancita da “favori” taciuti e mortali. Una pausa, in cui due tempi divisi sembrano coincidere. Si può essere un po’ tristi e un po’ allegri. Un breve delirio di attesa e l’esitazione della intelligenza affacciata su di un vuoto di fantasia. Altalenare tra un’idea ossessiva, l’aria soffocante, la mimica tirata; un’attesa ansiosa, facile, automatica. Il nostro ridere breve e il ripetersi magico e costante della proposizione negativa. Un perfetto e puntuale rimandare la presa di contatto con una felicità senza alternative, necessaria. Un’attesa, una richiesta indiretta, formale pregiudiziale, che non entra nelle cose e negli avvenimenti, che non diventa adulta. Anche quando ottiene risposte sane rimane contaminata dal vizio di origine, pronta a ricomparire ad ogni conclusione. Così si rimane fuori del tempo e si compiono esperienze ellittiche slittanti che non ci modificano, continuamente minacciate da un’angoscia facile, consumistica. Un filo, una ragnatela, un gioco. E tutto scorre via. Agganciati e condizionati per tutta la vita a difficoltà e problemi che avrebbero potuto essere risolti con una discussione semplice, amichevole. Una volta per tutte!

Dapprima disadattato in un mondo convenzionale dove gli errori del sistema vengono interpretati come mali necessari, perché la grande ruota della società continui a girare, ho vissuto pazientemente il lavoro come strumento per verificare i rapporti, le scelte e le decisioni in un confronto dichiarato ed esplicito con la quotidianità. Chiedendo, riformulando, scoprendo la stessa domanda e confrontando le diverse risposte che occasionalmente o volontariamente andavo raccogliendo, ho maturato via via le mie scelte. La consapevolezza di riuscire inopportuno, faticoso, pressante a volte sgradito hanno fatto parti di un percorso accidentato, sicuramente non facile. Per contro, l’infelicità che vedevo dipinta sulla faccia dei più e la mia determinazione di approdare ad un’esperienza intima e trasparente sono state più forti di qualsiasi convenzione e di qualsiasi paura.
Ho preso a spiare, segretamente, in me e negli altri l’esigenza di comunicare, che mi appariva e mi appare pregiudiziale nei confronti delle nostre azioni e che vive in noi 24 ore al giorno e decide della felicità e della infelicità dei nostri desideri e delle nostre scelte.
E’ nato così il progetto di un’analisi critica di appunti raccolti a partire dal 1969, in occasione del mio soggiorno come ricercatore presso la Libera Università di Berlino, che tracciano la storia di un percorso vissuto senza soluzioni di continuo tra la vita privata e quella professionale. La certezza che io vivo è che oggi, per la prima volta, sono disponibili strumenti, conoscenze ed esperienze attraverso le quali il progetto di una “felicità necessaria” appare realizzabile.

LA SCELTA

“Se la letteratura non basta ad assicurarmi che non sto solo inseguendo dei sogni, cerco nella scienza alimento per le mie visioni, nelle quali ogni pesantezza viene dissolta”
Italo Calvino

Ho voluto essere un medico.

Il seme della mia esperienza professionale era stato depositato durante gli anni della scuola, quando accompagnavo talvolta mio padre in sala operatoria o nella visita serale ai pazienti.
Il silenzio dei corridoi era attraversato dal suo passo rapido e dall’impulso improvviso e carico di progetti che suscitavano una disponibilità pronta e famigliare nell’incontro con i medici e gli infermieri. La sua passione e la sua sicurezza accendevano una comunicazione aperta alla gioia ed alla speranza. In quegli incontri serali raccoglievo il messaggio di una comunità alimentata dal calore umano e dall’armonia e dedicata ad un unico progetto di vita. Parole e immagini di solidarietà scrivevano nella mia memoria le frasi di una promessa definitiva.
Comincio il “mestiere” nel ’67, a Ferrara, nella città in cui sono nato ed alla fine del ’68 ho già preparato la fuga!
Trascorro 14 mesi presso la Clinica Oculistica della Libera Università di Berlino, come assistente ricercatore. Hugo Hager, Direttore della Clinica, generoso e creativo, accende la miccia e con la sua benedizione ha inizio la mia avventura professionale!
Alla fine degli anni ’60 la introduzione di un linguaggio estremamente preciso, “certificato”, e nello stesso tempo agile ed immediato, come quello della immagine ha consentito alla Oftalmologia di emanciparsi per sempre dalle ombre di una cultura medica ancora affidata alle impostazioni delle diverse Scuole e centrata sulla individualità dei Direttori. E’ stato uno strumento di democratizzazione delle conoscenze e delle esperienze, che ha proiettato nuove energie, nuove competenze e nuove risorse verso traguardi fino ad allora inimmaginabili e di grande impatto sociale.
Ho avuto la fortuna ed il privilegio di vivere questa straordinaria esperienza a contatto con i centri che in Europa ed in Nord America hanno condotto la gara. Noi tutti siamo stati catturati da una specie di vertigine, che ci ha portato a perfezionare, cambiare, inventare nuove strumentazioni, nuove tecniche, nuovi approcci. Non ci siamo accorti che la nuova società nasceva perché uno strumento, il microscopio operatorio, aveva attribuito al nostro “guardare” la qualità di un “vedere” nuovo e sottile.
A questo punto vorrei chiarire questa affermazione con alcune riflessioni, che mi hanno accompagnato ormai da molti anni e che hanno costituito la premessa “sperimentata” di un nuovo progetto dedicato alla salute ed alla vita quotidiana.
Tutte le volte che mi siedo al microscopio operatorio per iniziare un intervento avverto, e questo sin dalle primissime volte, una sensazione di benessere e di piacevolezza così intensa, che mi fa dimenticare non solo le preoccupazioni della giornata, ma qualsiasi altro rapporto che ho con la quotidianità.
Una specie di ritorno emotivo, che si colora subito con un sentimento di gratitudine, una mutualità affettiva, una intenzione chiara, che non lascia spazio ad altri pensieri. La preparazione è già un invito al distacco dall’ambiente ed alla concentrazione. Si vive una disposizione profondamente motivata a risolvere un importante problema esistenziale del paziente.

franco-verzella-medico-ricercatoreIl cervello dell’operatore viene inondato da immagini luminose, nitide, trasparenti.
Monitorato nell’intenzione, raccolto nella percezione di un anticipo, affidato ad un’esecuzione critica e sobria, il gesto chirurgico si purifica progressivamente da resistenze emotive e da procedimenti culturali.
La sensibilità tattile nella chirurgia del bulbo oculare è quasi inesistente. Si sente con gli occhi. La leggerezza di un contatto, il “grasping” di una membra na, il tempo rotondo e continuo di una sequenza…
Man mano che l’esperienza si matura, ci si accorge che il gesto registra nel monitor l’effetto di una microchirurgia del “momento percettivo”, che abbiamo vissuto un istante prima. Il chirurgo acquista così la consapevolezza che tra i suoi occhi e quello del paziente vive il tessuto fluido e continuo di una percezione, che progressivamente viene educata e affinata, attraverso un dialogo originale e creativo. L’informazione acquisita con lo studio e gli incontri scientifici cade nell’automatico, perché il chirurgo possa sempre più liberamente affidarsi ai suggerimenti della propria esperienza percettiva.
E’ solo a questo punto che l’intervento diventa nuovo ogni volta e riesce a catturare l’adesione totale dell’operatore, all’interno di una mutualità sincrona
e trasparente.
Uno studioso di anatomia comparata, esaminando la foto­grafia di un chirurgo al microscopio operatorio, descriverebbe un “umanoide” caratterizzato da una “proboscide visiva”, straordinariamente sviluppata, che si inserisce nella parte alta del cranio.
Questa struttura cefalica, così sproporzionata rispetto ad altre parti, come ad esempio l’orecchio oppure le mani, farebbe pensare ad una funzione visiva dominante Impegnato nei movimenti quasi impercettibili delle sue dita, questo umanoide verrebbe probabilmente classificato come una specie “visiva” del genere “homo”.
Non avendo competenza di antropologia comparata e non riuscendo ad interpretare diversamente la fotografia che mi hanno scattato durante un intervento, mi sono deciso ad interpellare alcuni esperti del settore!

Un mio amico, Direttore della ricerca e sviluppo di una importante industria ottica, ha modellato sulla mia faccia una maschera trasparente, alla quale ha inserito, nella parte anteriore, due lenti che, viste allo specchio, non si distinguono da un paio di occhiali Rayban… Il colore delle lenti è di un verde appena accennato. Mario, così si chiama questo amico, ha così risolto un mio grande desiderio: farmi girare per strada attrezzato come se io fossi seduto al microscopio operatorio! Nella sua generosità Mario ha cercato di spiegarmi gli accorgimenti di ottica protesica e di ottica funzionale, ai quali è ricorso per mettere insieme questa“nuova proposta”. Della sua spiegazione io ho capito….non tutto!. Sta di fatto che quando applico questa “muta ottica” mi trovo nelle stesse identiche condizioni di quando sono al microscopio operatorio.
Il rapporto con le cose, gli oggetti è esattamente lo stesso. Invece di un ago, un lembo di iride, un frammento di cristallino, io guardo una signora di mezza età un po’ grassoccia che sale sul tram, una manciata di colombi che si alza improvvisamente in volo dalla piazza, la mia sagoma, quando passo davanti a una vetrina correndo in bicicletta.
Sono ormai ventun giorni che giro in queste condizioni e apparentemente non è cambiato nulla. Una volta la mia Segretaria mi ha chiesto se la luce mi dava fastidio, perché non mi aveva mai visto prima con gli occhiali e ho saputo che due Collaboratori sono convinti che io stia nascondendo una leggera congiuntivite. Da parte mia in queste tre settimane ho potuto constatare che l’esperienza che avevo vissuto per tanti anni al mi­croscopio è possibile trasferirla direttamente nella vita quotidiana.
Cercherò ora di chiarire questa esperienza con un esempio.
Di fronte ad una scena, ad un paesaggio particolarmente bello e ricco di suggerimenti emotivi, a cui noi ci affacciamo in perfetta solitudine, distratti da niente, ci accorgiamo dopo un certo tempo, della “scomparsa” del nostro corpo, come se le sensazioni delle gambe, la posizione della schiena e delle nostre braccia si fossero affievolite e fossero “uscite” dalla nostra attenzione.
Si interrompe nel corso di questa esperienza quel tric-trac, quella specie di doppio controllo, al quale siamo consapevolmente e inconsapevolmente abituati nell’esperienza di tutti i giorni. Per cui ci riesce difficile mantenere un’attenzione, uno sguardo, una percezione, anche per pochi minuti, senza che intervenga un pensiero, una memoria, che di fatto ci distraggono e sottraggono l’immagine che stavamo contemplando. Un clic ! e noi perdiamo il contatto con quella “scena interna”, alla quale eravamo affacciati e ci volgiamo ad occuparci di una improvvisa necessità.
L’allentamento o la scomparsa della fisicità nostra nell’esperienza fortunata, cui facevo riferimento, insieme ad un procedere continuo, ininterrotto del nostro “vedere”, mi sembrano caratteristiche, condizioni, opportunità, che una volta promosse, ricercate e sperimentate potrebbero aprirci nuovi percorsi e soprattutto proporci un approccio meno preoccupato, meno fisico e più intimamente percettivo e visivo nei confronti della nostra esperienza.
La cosa che più mi colpisce è che quella fisicità, quella “cosalità” che occupa così pesantemente il nostro respiro intellettuale ed emotivo non ci permette, se non in misura occasionale, l’esperienza del tempo, come misura e insieme anima dei nostri vissuti. per cui noi continuiamo ipnoticamente a confrontarci con cose, corpi, oggetti,mentre la vita continua a scorrere lungo tragitti temporali, che i nostri occhi intravvedono di tanto in tanto, malamente.
L’ottica funzionale, la neurofisiologia, la psicologia, così come le esperienze “sottili” che vengono vissute, in questi ultimi anni da un numero sempre crescente di personaggi che si dedicano a sport estremi e le fantasie di alcuni futurologi ci invitano a cercare lungo ”percorsi visivi” e ci confermano che noi ci comportiamo come “esseri percettivi”, quanto più sottile e differenziata è la nostra ricerca.

 

FESTA di COMPLEANNO 2009

Una voce: Franco, hai quasi 70 anni, li compirai il 30 Agosto.

Ed io, di rimando: Non dire sciocchezze….vai ancora ad anni perché non sai contare le vibrazioni. La nostra salute, e quindi la nostra età, oggi si conta in vibrazioni per femto secondo. Aggiornati, anzi ascoltami…
L’esperienza a contatto con la malattia vissuta per tanti anni negli Ospedali mi ha spinto a cercare un’alternativa alle ragioni ed alle tante incertezze della terapia, alla prepotenza della accidentalità, al naturale decadimento delle energie….. per cui ho preso a fantasticare su di un Luogo di Salute e di Rigenerazione.
Ne ho parlato con tutti, a volte anche al di là del buon senso… Ho ascoltato con attenzione le loro risposte: ovvie, banali, convinte, simpatiche, tecniche, originali, informate, sincere, desolate, scettiche, ragionevoli, opportune, magari sapientemente esposte e circostanziate…
Comunque tutte eguali, quando si trattava di iniziare… e tutte sempre negative!
E così mi sono trascinato questa irrinunciabile passione, quella dei miei 30 anni, come un pensiero dominante, un sogno apparentemente negato ai più, che in me vince qualsiasi incertezza e mi proietta in un cielo brulicante di iniziative, di desideri, di gratitudine e di continue e nuove attese.
Che cancella il lutto della dipendenza percettiva, dell’attesa coatta, della superstizione ebete e totemica relativa all’esistenza di un mondo oggettivo…
nonostante il gioco dei bambini, Einstein, Internet, i nostri sentimenti, le correnti dell’oceano, la musica, il movimento delle nuvole, i silenzi della montagna!
Dunque, un Luogo di Salute e di Rigenerazione, in cui la nostra identità, molecolare ed energetica, possa essere visualizzata e valutata nelle sue forme sensibili, quali la struttura, il movimento, la resistenza allo stress, la voce, la mimica, la capacità di apprendimento, l’energia e come la nostra vita mentale appaia nella sua dimensione reale di antenna della nostra salute, astronomicamente più complessa, che vive di relazioni molecolari ed energetiche in successioni di milionesimi e miliardesimi di secondo, in simbiosi assoluta e vibrante con l’ambiente.
Dove venga comunicato senza mezze parole il destino esclusivamente temporale della nostra avventura e insieme la qualità strategica e salvifica della speranza.
Speranza di poter godere nel tempo che ci viene concesso di livelli superiori di libertà, di salute, di felicità, di realizzazione, di cambiamento.
Un giovane operatore ha analizzato un questionario elettronico che comprende la mia storia medica, le scelte comportamentali, l’ambiente in cui vivo, assieme ad una lunga lista di esami di laboratorio, mentre una telecamera mi riprendeva nelle diverse fasi del check up.
Tutti questi dati, immessi nel computer hanno generato un Me Virtuale, che mi guarda dal monitor, con ferma, assoluta certezza.
L’operatore, usando il mouse, mi evidenzia le aree del corpo, i tratti del viso, gli atteggiamenti che tradiscono tensione, contrasto, resistenza, passività e quelli che esprimono curiosità, attenzione, compassione, ilarità, gioco, fermezza.
Mi viene spiegato che la struttura, la postura, il movimento, la voce, la mimica, lo sguardo che io ritrovo nel Me Virtuale, vengono scritte, verificate e confermate ogni secondo della mia esistenza da una penna “infallibile”, operata da quella matrice neuro-biologica che si è formata nella prima fase della mia esistenza, tra il concepimento ed i primi tre anni.
Nel corso del colloquio, l’operatore mi propone un primo intervento per ridurre quei tratti legati all’età ed alle fatiche compiute. Come delle parole invecchiate, inutili e certamente dannose per la loro attività ripetitiva.
Questo intervento richiederà circa 6 mesi di training personalizzato ed un paio di controlli via e-mail al II ed al IV mese per accertare che la curva di apprendimento si svolga correttamente e senza ritardi.
E’ solo il primo passo!
Il risultato: una persona più giovane, più carica di energia positiva, più attenta, empatica, coerente.
Un click e dall’esterno si passa all’interno.
Appaiono la parete mucosa dell’intestino dalla cui integrità sembra dipendere in larga parte la qualità della nostra salute, la cellula del fegato, con la sua attività detossificante e plastica, la distribuzione dei nutrienti essenziali all’interno del sangue e delle cellule, la membrana cellulare che tutto filtra e trasmette ed infine la fabbrica della nostra energia, il mitocondrio, il suo pulsare ad alto rischio di radicali liberi e la grande vulnerabilità nei confronti degli stati di intossicazione.
Un universo attraversato da un concerto di vibrazioni, mediate dall’acqua!
La traduzione numerica di questo happening mi permette di confrontare i miei valori attuali con un range ottimale….quello dei miei 30 anni!
Alla fine di questo percorso viene stampato il Progetto che comprende la diagnosi del mio attuale stato di salute ed il programma di training a sei mesi.
Mi accomiato dal giovane operatore e mentre aspetto il taxi ho modo di osservare l’ordine e la semplicità della struttura, in cui questo servizio viene offerto.
Una attesa, una serie di box equipaggiati con stazione informatica, una musichetta di sottofondo.
Il tutto collegato con una Mega Piattaforma Informatica, immersa nelle colline verdi ed ubertose di Zola Predosa, Bologna,dove la vigna è doc ed i percorsi sterrati ed i campi di girasole sono rimasti quelli di quaranta anni fa!

 

INTERVISTA Forum HR 2013
RENATO GEREMICCA INTERVISTA FRANCO VERZELLA

– R : Raccontaci come è nato il tuo percorso professionale.
– F : Una reazione istintiva, che mi ha sempre accompagnato fin dai tempi della scuola, è stata quella di percepire la conoscenza data come una scatola, con all’interno una sorpresa! Per cui la ricerca si è precocemente saldata al mio guardare, costringendomi molto spesso a percorsi laboriosi, un po’ “strani”, che apparivano spesso poco pratici, a volte utopistici. Un temperamento poco paziente… fino a quando, un bel giorno, mi sono affacciato al microscopio operatorio, durante il mio soggiorno presso la Clinica Oculistica dell’Università di Berlino. E’ stata una emozione fortissima, di appagamento e di pace! La nitidezza ed il rilievo delle immagini e il gioco degli ingrandimenti offrono sicurezza, rallentano l’intenzione e la recuperano ad una disponibilità percettiva, a dialogare con la leggerezza dei tessuti ed il controllo del gesto. E’ esplosa una passione, che ha avviato un lungo percorso di autoanalisi e di monitoraggio percettivo dei mie vissuti: dalla sala operatoria alle esperienze della vita quotidiana. Questa è la radice del mio percorso.
– R : Dalla radice nasce il tronco…
– F : Nel 1982 viene pubblicato un bel librone, con un titolo fortunato “Life Extension”: un gran numero di capitoli di una pagina e mezzo, massimo due, in cui due ricercatori, Durk Pearson e Sandy Shaw, elencano una serie numerosissima di sostanze testate dalla ricerca di base, pronte e disponibili per promuovere nella vita quotidiana di ciascuno di noi una condizione superiore di salute e di benessere. Incontro gli autori ed il ricercatore che ha curato la prefazione, Harry Demopoulos, e inizio il mio percorso nel settore della Medicina Funzionale. Che vuol dire una cosa semplicissima: mettere al centro non più l’organo ammalato, secondo l’approccio specialistico, ma l’individuo, nella sua complessità biologica e comportamentale e nella sua relazione con l’ambiente, fisico e sociale, in cui vive ed opera. E’ in quegli anni che nasce l’approccio multidisciplinare, che oggi si sta affermando sempre di più e che ha portato alla sinergia tra fisica quantistica e biologia molecolare. Da questo incontro si spalanca un nuovo orizzonte, caratterizzato da molecole ed energie e si avvia la comprensione degli “stati sottili” che caratterizzano l’esistenza. Grazie a questi sviluppi oggi possiamo affrontare disturbi di difficile interpretazione quali l’Autismo, le turbe del comportamento dell’adulto, le malattie autoimmuni, che sono tutte spie di allarme nei confronti della tossicità dell’ambiente in cui viviamo.
– R : Entriamo allora direttamente nel tuo Progetto!
– F : Partiamo da una premessa: il disagio che attraversa la nostra quotidianità nasce, a mio avviso, da un analfabetismo biologico della nostra “cultura”, che non risparmia nessuno e si traduce in vertiginose incompetenze politiche, dalle cui maglie filtrano inconfessabili appetiti e strategie di potere, inarginabili da parte di una popolazione disadattata nei confronti di un cambiamento accelerato e globale. L’alfabetizzazione biologica della vita quotidiana è, a mio avviso, il primo rimedio per affrontare in modo coerente ed efficace le sfide dello sviluppo sostenibile ed avviare il cambiamento.
Il Progetto si sviluppa in due direzioni: una propriamente medica ed una imprenditoriale.
– R : Cominciamo da quella medica, che mi immagino contenga il nucleo centrale del Progetto.
– F : Il primo servizio medico viene offerto in rete, come consulenza dedicata all’Orientamento alla Salute, che rappresenta, a nostro avviso, la prima esigenza di chiunque cerca una risposta adeguata e personalizzata.
Un Questionario dettagliato ed olistico ed una serie di esami di Laboratorio di base, consentono di ottenere un appuntamento con il medico, via skype/telefono/e-mail, oppure, presso Centri Satelliti coordinati..
L’approccio è dedicato alla fisiologia della Salute, perché siamo convinti che la malattia deriva dal cattivo uso della nostra salute e….non viceversa e ci avvaliamo della collaborazione con Centri Specialistici d’avanguardia, per le competenze che riguardano le patologie specifiche d’organo.
– R : Una volta che il Paziente entra nel Centro Satellite, qual’é il suo percorso ?
– F : La valutazione delle condizioni di salute si avvale di tre consulenze: a)Medica, per gli aspetti che riguardano la prevenzione, la detossificazione, la nutrizione, il rischio patologico; b) Psicologica: per valutare la condizione di benessere, le relazioni, la vita emotiva ed affettiva, con una ricerca centrata sui primissimi anni della formazione e, quando possibile, sulla esperienza pre-natale; c)Posturologica: per valutare: oralità, postura, respirazione, movimento, esercizio fisico, energia.
– R : Quali sono i tempi richiesti da queste indagini?
– F : In media questo percorso richiede 3-4 ore, al temine delle quali viene presentato un documento a firma dei tre Consulenti, che contiene le indicazioni per eventuali ulteriori approfondimenti o i trattamenti consigliati: programma alimentare, protocolli di esercizio fisico, strategie del quotidiano, integrazione alimentare, eventuali terapie farmacologiche e trattamenti fisici, corsi di formazione.
Il Format “La Salute in 7 Note”, che contiene i diversi percorsi, comprende: Educazione biologica-Formazione, Prevenzione, Detossificazione, Nutrizione, Struttura e Movimento, Apprendimento e Relazioni, Ambiente.
Occorre comprendere che la storia di ciascuno di noi è continuamente modulata e “suggerita” da una matrice biologica ed energetica che si è formata in una fase precocissima del nostro sviluppo, tra il concepimento ed il terzo anno. La matrice è largamente inconscia ed é animata da percezioni sensoriali, visive, uditive, propriocettive, che si sono instaurate soprattutto in una fase pre-verbale. Occorre necessariamente risalire a questa matrice se vogliamo avviare un processo di guarigione e di armonizzazione nei confronti della comunità e dell’ambiente. Attraverso questa prospettiva medico e paziente arrivano a constatare la inadeguatezza e la convenzionalità del giudizio morale ed a sostituirlo con una attiva ricerca del migliore stato di salute possibile.
– R : Questa è la sezione Medica; quella Imprenditoriale che cosa comprende?
– F : Nasce dal trasferimento al settore commerciale dell’approccio medico alla multidisciplinarietà: la salute dell’individuo al centro di una serie di offerte commerciali, che sono state selezionate dalla Facoltà Scientifica.
Il Mercato della Salute viene pilotato dalle multinazionali del farmaco e della alimentazione e gestito da comunità mediche e governi centrali in posizione di attiva collaborazione e dipendenza.
Sono convinto che le conoscenze e l’innovazione generate dalla Ricerca, le opportunità offerte dalla Rete e la intensità della Domanda di Salute debbano trovare percorsi laici di interfaccia attraverso servizi integrati davvero innovativi, che sappiano garantire la centralità della salute dell’individuo, come bussola per l’innovazione e le strategie dello sviluppo. Tecnologia, Ricerca Scientifica, Marketing e Comunicazione sono le competenze che il “Negozio della Salute” è chiamato ad esprimere.