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Geni di rischio per autismo: nuovi dati dalle coppie di fratelli in ASD

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Il più grande studio sul genoma nella patologia autistica ad oggi ha rivelato che la maggior parte dei fratelli con ASD presenta geni di rischio per l’autismo diversi da quelli del fratello.

È stato sequenziato l’intero genoma di 85 famiglie; ogni famiglia comprendeva, oltre ai genitori, due bambini con ASD. Poiché esiste un maggior fattore di rischio per un bambino di sviluppare ASD se ha un fratello con questa diagnosi, i ricercatori si aspettavano di trovare una sovrapposizione significativa nei geni di rischio tra fratelli. Al contrario, dallo studio è emerso che le coppie di fratelli con autismo che condividevano le stesse varianti geniche di rischio per ASD erano soltanto il 31%; questi presentavano una minor variabilità sintomatologica rispetto alle coppie con varianti diverse.

[highlight] Yuen RK. et Al. Whole genome sequencing of quarted families with autism spectrum disorder.  Nature Medicine. Jan 26, 2015 [/highlight]

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Le madri dei bambini autistici presentano atipicità sensoriali

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Nella popolazione generale, le reazioni atipiche agli stimoli sensoriali presentano tratti ereditari e rappresentano un fattore di rischio per i disordini affettivi. Nei soggetti diagnosticati nello spettro autistico e nei loro fratelli, si riscontra un’elevata prevalenza di problemi sensoriali.

Alcuni studi hanno evidenziato che i genitori di bambini nello spettro autistico (ASD) usano maggiormente strategie di evitamento sensoriale rispetto a genitori di bambini normotipici o con altri disordini del neurosviluppo, e che tali comportamenti si associano a maggiori livelli di ansia.

Nella popolazione generale, i problemi sensoriali si riscontrano con maggior frequenza nelle donne rispetto agli uomini.

In questo studio pilota, viene indagata per la prima volta la sensorialità delle madri di bambini ASD attraverso un questionario autocompilato (Adolescent and Adult Sensory Profile), in cui si valutano iposensorialità, ipersensorialità, ricerca ed evitamento sensoriale.

Il 98% (49 su 50) delle madri dei bambini in ASD presentavano un punteggio fuori (sopra o sotto) di almeno una deviazione standard rispetto al valore medio normativo e il 44% delle stesse si discostava di due o più deviazioni standard per almeno un parametro, rispetto al range di riferimento normativo. Si evidenziavano maggiori discostamenti per ipersensorialità ed evitamento sensoriale.

Sono certamente richieste ulteriori indagini a verifica del dato ottenuto, considerando che i limiti dello studio sono numerosi, a cominciare dalla ridotta dimensione del campione analizzato. Sarebbe poi auspicabile raccogliere gli stessi dati anche per i padri dei bambini diagnosticati nello spettro autistico.

[highlight] Uljarević M et Al. First evidence of sensory atypicality in mothers of children with Autism Spectrum Disorder (ASD) Molecular Autism 2014, 5:26  [/highlight]

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Associazione tra obesità paterna e rischio di autismo, da uno studio di coorte norvegese

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In questo studio, prospettico su larga scala condotto in Norvegia, sono state indagate le associazioni tra obesità materna in pre-gravidanza, obesità paterna e rischio per patologia dello spettro autistico nei figli.

Su 92909 bambini, con età compresa tra i quattro e i tredici anni, ne sono stati identificati 419 con diagnosi nello spettro autistico (Autism Spectrum Disorder, ASD), di cui 162 con autismo, 103 con Asperger, 154 in PDD-NOS.

I casi di ASD sono stati identificati attraverso: (i) questionario di screening compilato dalle madri ai 3,5,7 anni di età del bambino, (ii) report sanitari o parentali di sospetto per ASD, (iii) correlazione con il registro norvegese dei pazienti, che raccoglie i dati di diagnosi da tutti gli ospedali e gli ambulatori in Norvegia.

Lo stato di obesità materna in pre-gravidanza si associava solo debolmente al rischio di ASD, mentre la relazione era più netta con autismo e Asperger per l’obesità paterna. Non sono state evidenziate associazioni tra lo stato di obesità, paterna e materna, e PDD-NOS.

Dallo studio emerge che l’obesità paterna rappresenta un fattore di rischio indipendente per ASD; il risultato deve essere ulteriormente indagato in studi di genetica ed epigenetica.

[highlight] Surèn P et Al. Parental Obesity and Risk of Autism Spectrum Disorder. Pediatrics. 2014 May;133(5):e1128-38. Epub 2014 Apr 7. [/highlight]

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Latte artificiale a base di soia e frequenza di attacchi epilettici nei bambini con autismo

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La ricercatrice Westmark stava valutando gli effetti di un farmaco antiepilettico su topi di laboratorio con problemi neurologici, quando, dopo aver sostituito il mangime standard soia-derivato con un secondo derivato dal latte, osservò una riduzione del 50% degli attacchi epilettici. Dopo aver identificato nel fitoestrogeno daidzeina il fattore promotore degli attacchi, decise di verificare se il latte di svezzamento derivato dalla soia esercitava effetti simili in bambini neurologicamente vulnerabili.

L’epilessia è un fenotipo comune a molte patologie del neurosviluppo, X fragile, sindrome di Down, autismo. Nello studio condotto dalla Westmark e collaboratori si è verificata l’ipotesi secondo cui il latte di svezzamento derivato dalla soia potrebbe abbassare la soglia di innesco dell’attacco epilettico in bambini con autismo.

Basandosi sul database SFARI (Simons Foundation Autism Research Initiative), la ricercatrice ha raccolto i dati di 1949 bambini con autismo, di cui oltre l’80% erano maschi: latte di svezzamento usato, incidenza di attacco epilettico, tipo di epilessia, QI.

Nella popolazione studiata il latte di svezzamento a base di soia era in uso nel 17.5% dei soggetti, percentuale di poco inferiore a quella che caratterizza la popolazione infantile totale negli Stati Uniti (25%).

L’analisi dei dati raccolti ha evidenziato che nei bambini con autismo che facevano uso di latte di svezzamento soia-derivato v’era un aumento di epilessia febbrile di 2.6 volte e di 4.0 volte di attacchi semplici parziali. Non si sono osservate associazioni significative con QI, età di inizio degli attacchi, atonia e spasmi infantili, attività generalizzate tonico cloniche, assenze e attacchi complessi.

Lo studio condotto presenta diverse limitazioni, a cominciare dal fatto che le informazioni riguardo il tipo di latte di svezzamento e gli attacchi epilettici si basavano su quanto i genitori potevano ricordare; il numero di femmine nello studio era poi significativamente inferiore a quello dei maschi. Mancavano inoltre molti dati circa i possibili fattori confondenti: le ragioni per cui era in uso, l’età di inizio e il periodo di assunzione del latte di svezzamento soia-derivati. Per queste ragioni, le associazioni qui osservate richiedono conferma da uno studio prospettico.

 

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Westmark CJ. Soy infant formula and seizures in children with autism: a retrospective study. PLOS Vol. 9, No.3, March 2014

http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0080488

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Uno studio svedese su larga scala evidenzia che in ASD ambiente e geni giocano un ruolo di pari importanza

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In questo studio, il più ampio sin’ora svolto in questo ambito, si sono analizzati i dati in forma anonima di oltre 2milioni di bambini nati in Svezia tra il 1982 e il 2006; tra questi, 14516 avevano ricevuto diagnosi di ASD (Autism Spectrum Disorders).

Per stabilire il contributo dell’ereditarietà e quello dell’ambiente nei confronti del rischio di sviluppare ASD, i ricercatori hanno esaminato: gemelli identici e non identici, fratelli, fratelli di sola madre, fratelli di solo padre, cugini. Si è distinto tra: (i) ereditarietà, cioè la proporzione di rischio che può essere attribuita a fattori genetici; (ii) rischio ricorrente relativo, che è il rischio individuale di autismo per le persone con parenti già diagnosticati per questa condizione, (iii) fattori ambientali condivisi, sono quelli che influenzano l’intera famiglia del bambino (es. stato socioeconomico), (iv) fattori ambientali non condivisi, comprendono quelli che coinvolgono esclusivamente il bambino (es. complicazioni alla nascita).

Dallo studio è emerso che il rischio di sviluppare ASD viene  influenzato nella stessa misura (50%) dai fattori genetici (ereditarietà) e dai fattori ambientali; molti studi precedenti svolti sui gemelli avevano evidenziato una componente ereditaria per il rischio di autismo sostanzialmente superiore (90%); molti di questi studi presentavano limitazioni di vario genere: erano svolti su campioni di piccole dimensioni, nessuno era prospettico e a selezione random.

E’ detto rischio ricorrente relativo (RRR) per un fratello il confronto tra il rischio di ricevere diagnosi di autismo avendo un fratello con autismo rispetto al rischio di ricevere la stessa diagnosi non avendo un fratello con questa patologia. E’ stato calcolato RRR nelle famiglie con diversi gradi di parentela: fratelli, fratelli solo da parte di madre o di padre, cugini. Nei risultati, RRR per autismo cresceva con il grado di parentela. Nei fratelli, RRR per ASD era 10.3; 3.3 e 2.9 rispettivamente per i fratelli materni e quelli paterni e 2.0 per i cugini.

 

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Sandin S et Al. The familial risk of autism. JAMA May 7, 2014

http://jama.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=1866100

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Risonanza magnetica funzionale, schemi di attivazione del cervello e diagnostica psichiatrica.

 

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Uno studio del 2014 rivela che potrebbe essere possibile diagnosticare l’autismo con elevata precisione sulla base di tecniche di “lettura del cervello”.

Lo studio, condotto da ricercatori della Carnagie Mellon University, combinava la risonanza magnetica funzionale (fMRI) con nuove tecniche machine-learning, che usano gli schemi di attivazione del cervello per scansionare e decodificare i contenuti dei pensieri.

Attraverso l’analisi degli schemi di attivazione neurale alla fMRI i ricercatori riescono (1) a identificare un concetto, come il pensiero di un oggetto fisico; (2) a valutare il contenuto semantico di un concetto. Lavori precedenti degli stessi autori hanno dimostrato che, in soggetti neurotipici, pensieri ed emozioni specifiche possono presentarsi con caratteristiche di attivazione neurale simili.

Per verificare se queste caratteristiche di attivazione sono diverse nei soggetti con autismo, così da poter essere usate come markers della patologia, i ricercatori hanno eseguito la scansione del cervello in 17 soggetti adulti con autismo ad elevato funzionamento e in 17 controlli neurotipici.

Nella patologia autistica, l’alterazione delle interazioni sociali viene diagnosticata attraverso metodi psichiatrici comportamentali. In questo studio, con la fMRI si dimostra che nei soggetti autistici le rappresentazioni neuronali e i significati di concetti sociali (come insultare, adorare, abbracciare, umiliare) sono alterati. I partecipanti venivano istruiti a pensare la natura di ogni interazione da entrambe le prospettive, quella di chi agiva e quella di chi riceveva, come anche l’intenzionalità dell’azione, le reazioni che poteva evocare e il contesto in cui poteva svolgersi.

I ricercatori riuscivano a distinguere i soggetti autistici da quelli normotipici con un’accuratezza del 97% sulla base delle caratteristiche di attivazione neuronale. Le azioni che descrivevano interazioni sociali nei soggetti autistici ad elevato funzionamento mancavano di attivare una specifica area cerebrale che si associa alla rappresentazione del self (precuneo, cingolo posteriore) e che invece si accende nei soggetti normotipici. Queste differenze non erano affatto evidenti quando i soggetti venivano istruiti a pensare diversi tipi di utensili o di abitazioni, in questi casi il tipo di indagine non riusciva a distinguere i soggetti autistici da quelli normotipici.

 

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Just MA et Al. Identifying Autism from Neural Representations of Social Interactions: Neurocognitive Markers of Autism. PLOS ONE December 2, 2014 on line

http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0113879

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Nuove evidenze indicano l’autoimmunità come un fattore responsabile nell’autismo

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Gli autori hanno identificato tutti i bambini nello spettro autistico nati in Finlandia tra il 1987 e il 2005 e li hanno confrontati con bambini fuori dallo spettro, scelti per età, sesso e luogo di nascita simili. Brown e i colleghi hanno analizzati campioni di sangue prelevati dalle madri in gravidanza e hanno misurato i livelli serici della TPO-Ab (thyroid peroxidase antibody).

La presenza di TPO-Ab indica che il sistema immunitario sta reagendo contro un enzima tiroideo, la tiroide perossidasi, che gioca un ruolo chiave nella formazione degli ormoni tiroidei. Tipicamente TPO-Ab è un indicatore di patologia tiroidea autoimmune (Hashimoto, Graves).

La presenza di TPO-Ab+ materna era aumentata in modo significativo nelle gravidanze che hanno dato bambini in ASD (6.15%) rispetto ai controlli (3.54%). La probabilità per autismo era aumentata dell’80% tra i bambini le cui madri erano TPO-Ab+ in gravidanza rispetto a quelle negative per l’anticorpo. I livelli degli ormoni tiroidei non presentavano differenze tra i due gruppi.

[highlight] Brown HM et Al. Maternal thyroid autoantibody and elevated risk of autism in national birth cohort. Progress in Neuro-Psychopharmacology & Biological Psychiatry. 2015 (57): 86-92. [/highlight]

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Autismo e anoressia

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Due nuovi studi aggiungono evidenze alla relazione tra autismo e anoressia.

Nel primo studio, 150 adolescenti e giovani adulti in trattamento per anoressia nervosa, conclamata o subliminare, sono stati sottoposti a diverse valutazioni psichiatriche da cui è emerso che: presentavano un’attitudine sociale inferiore alla media, elevati livelli di problemi relazionali con i coetanei, elevati livelli di sintomi ossessivi-compulsivi. Il 4% (sei casi) ricadeva nella diagnosi ASD; erano tutte femmine e presentavano una prognosi più povera di guarigione dall’anoressia.

Nel secondo studio, sono stati identificati tutti i bambini nati in Danimarca tra il 1981 e il 2008, assieme ai loro parenti e ai loro fratelli. Questi dati sono stati correlati con i quelli di ricovero in ospedale per patologie psichiatriche. L’analisi ha evidenziato un aumentato rischio per ASD negli individui con anoressia nervosa, così come un’aumentata aggregazione di ASD nelle famiglie dei pazienti con anoressia nervosa. Lo stesso quadro è emerso per la depressione major e altri disordini psichiatrici nelle famiglie dei pazienti con anoressia, il che porta a supporre che la relazione tra autismo e anoressia sarebbe di tipo non specifico.

[highlight] Rhin C et Al. An examination of autism spectrum traits in adolescents with anorexia nervosa and their parents. Molecular Autism Dec 20, 2014 (online) [/highlight]

 

[highlight] Koch SV et Al. Autism spectrum disorder in  individuals with anorexia nervosa and in their first and second degree relatives: Danish nationwide register based cohort  study. British Journal of Psychiatry Feb 5, 2015 (online) [/highlight]

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Studio pilota: un test salivare potrebbe essere utile nella diagnosi di ASD

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Attraverso la spettrometria di massa sono state analizzate le proteine salivari in 12 bambini tra i 6  e i 16 anni; la metà di questi bambini aveva ricevuto diagnosi di ASD, gli altri rappresentavano i controlli normotipici. Alcune proteine (9) erano significativamente più elevate nei soggetti ASD, mentre altre (3) erano più basse o addirittura assenti. La maggioranza di queste proteine sono coinvolte nella risposta immunitaria o si trovano alterate in individui con patologie gastrointestinali.

 

[highlight] Ngounou Wetie AG et Al. A pilot proteomic analysis of salivary bio-markers in autism spectrum disorder. Autism Research. Jan 27, 2015 (online) [/highlight]

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Neonati ad elevato rischio di ASD presentano movimenti oculari anomali

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Un nuovo studio dimostra che i bambini che sviluppano autismo presentano, in età neonatale, movimenti anormali degli occhi.

Sono stai misurati i movimenti oculari verso immagini statiche in 104 bambini tra i sei e nove mesi di vita. 54 neonati erano ad alto rischio per ASD, avendo un fratello maggiore nello spettro, gli altri 50 invece non presentavano una storia famigliare di autismo.

La durata di fissazione era più breve in quei neonati che, successivamente, a 36 mesi, hanno poi ricevuto diagnosi per ASD.

Altri dati emersi sono l’associazione dei bassi tempi di fissazione in fase neonatale con maggiori difficoltà di comunicazione sociale a tre anni di vita, mentre mancava tale associazione per i disturbi cognitivi. Le differenze nella durata dei tempi di fissazione non erano specifiche per stimoli sociali (es. visi, case), il che potrebbe rivelare una differenza nella processazione dell’informazione visiva o una diversità dell’attenzione. I neonati ad elevato rischio per ASD, inoltre, presentavano una minor variabilità della durata dei tempi di fissazione, che suggerisce una riduzione della flessibilità nei comportamenti di orientamento.

Deficits precoci nell’orientamento visivo, ipotizzano gli Autori, potrebbero successivamente impattare apprendimento e comportamenti sociali.

[highlight] Wass SW et Al. Shorter spontaneus fixation durations in infants with later emerging autism. Nature. Feb 6, 2015 (online) [/highlight]