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Vi racconto la mia terra

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Da bambina vivevo in una cittadina piccola, di pochi abitanti a nord di Napoli. Andavo a scuola a piedi e mia madre non doveva accompagnarmi, perché a sette anni ero grande abbastanza per arrivare fin dietro al campanile. Questo sporgeva dalla strada di casa mia, che non era asfaltata, perché c’erano solo poche case. D’autunno la mia terra si vestiva di marrone, rosso e giallo per le foglie caduche e mi sembrava ancora più bella. Dalla finestra della cucina si vedeva una campagna vastissima con alti alberi di noci, che coprivano in parte il cono del Vesuvio. Noi bambini dopo la scuola andavamo a giocare, facevamo a gara a chi arrivava più su, sulla cima dell’albero più alto e poi ci pavoneggiavamo discutendo su chi fosse stato il più temerario. La temerarietà è stata la prima cosa che ho imparato nella vita e forse per questo non temo mai le mie scelte. Un pomeriggio d’estate arrivarono le ruspe e sradicarono gli alberi e abbatterono il mio noce preferito e il salice piangente. Ricordo di aver pianto quel giorno; poi mia madre mi fece riflettere che la campagna era una proprietà privata e quegli alberi non erano miei; così mi rassegnai. Crescendo vedevo la mia piccola cittadina crescere insieme a me, sempre più affollata; sempre più case prendevano il posto della campagna e quel profumo di fiori che pervadeva il mio viso di bambina in primavera, mentre raggiungevo la scuola elementare, ora era completamente sparito. Con esso era sparita la mia voglia di vivere a Qualiano.Volevo andare in una città più grande, dove poter fare nuove esperienze; così arrivai a Roma dove vivo attualmente.

Avevo 30 anni quando iniziai ad avvertire una costante stanchezza fisica che in un primo tempo imputavo ai miei nuovi ritmi di vita, al mio lavoro, finché mi decisi ad andare dal medico. I primi reumatologi non si spiegavano perché nonostante avessi sintomi da artrite non si evidenziavano indicatori fuori range. Intanto la stanchezza era diventata una costante della mia giornata, poi iniziarono i bruciori agli arti, alla pelle e poi l’insonnia. Non potevo stare al computer perché dopo un po’ mi bruciava il viso e lo stesso mi iniziò a fare la TV. Mi davano fastidio i profumi, i saponi, il trucco, persino gli indumenti. Non ero allergica, ma qualsiasi cosa mi procurava malessere; iniziai persino ad avvertire i miei capelli come un corpo estraneo, sentivo le loro radici conficcate nel mio cuoio capelluto e mi pungevano e non nascondo che in certi momenti ho desiderato non averli.  Per non entrare troppo nello specifico, ho cambiato almeno 5 tipi di approcci alla mia strana malattia spendendo ogni mese più di quello che guadagnavo, senza mai alcun risultato. Alcuni medici mi osservavano con diffidenza quando raccontavo i miei sintomi, da altri mi sono sentita dire “ci devi convivere, tanto col cortisone si può stare senza dolore tutta la vita”. Il mio ultimo reumatologo ha insistito affinché prendessi un tipo di antibiotico, che mi ha poi prodotto lo shock anafilattico, ricovero all’ospedale San Giovanni col codice rosso, per cui ho davvero rischiato la vita. Ma per fortuna sono ancora qui a raccontare la mia storia! Grazie all’eccellenza di persone aperte, medici, che mi hanno seguito dall’America, ho scoperto che la mia sindrome non ha un nome. La mia sindrome si chiamava intossicazione da metalli pesanti. I mie livelli nel sangue di mercurio, arsenico, cadmio, alluminio, piombo, cesio erano molto fuori range, tanto da suscitare curiosità nel medico che si è occupato della mia chelazione con EDTA per ben tre anni. A distanza di cinque anni posso dire di essermi quasi completamente disintossicata. Oggi non soffro più, ma continuo la mia terapia disintossicante con saune a infrarossi e infusioni di glutatione e Same. Mi piacerebbe poter dire che quella che ho appena raccontato è solo una semplice storia di una ragazza di provincia, che ha superato un momento difficile della sua vita! Mi rendo conto, invece, che sto raccontando la storia, della mia terra. La storia di quella strada di campagna dove hanno  sradicato i noci per fare spazio all’abusivismo edilizio, che ha smesso di profumare di gelsomino e mimosa, per odorare delle esalazioni delle “ecoballe”, che forse presto cederanno il passo ad un termovalorizzatore. La mia terra, avvelenata scelleratamente delle sue innumerevoli discariche abusive, con rifiuti tossici speciali e con i sui roghi e i sui martìri, è stata la causa della mia malattia e  di quella degli altri che sono morti o che si ammaleranno.

Franca Basile

[highlight] Liberamente tratto da “Reimagination: Autismo, dove ha inizio il cambiamento”; F. Verzella, 2016, in stampa [/highlight]

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Era il 1977

Napoli

Lo stesso anno in cui io venivo al mondo. Per la prima volta veniva pubblicato il Libro Bianco: La Salute in Campania, in cui il Professor Gian Giacomo Giordano raccoglieva e denunciava le evidenze di un nesso causale tra ambiente inquinato e salute. Il Professor Giulio Tarro e il Prof. Antonio Giordano nel 2013 ne hanno pubblicato una seconda edizione, aggiornata con nuovi contributi.

A distanza di quasi tre decenni ed in maniera del tutto inaspettata, come un fulmine a ciel sereno, mi sono ritrovata a fare i conti proprio con i contenuti e le denunce raccolte in quel testo. La malattia è quasi sempre una esperienza sconvolgente, che irrompe nella vita di una persona stravolgendone inevitabilmente tanti aspetti. Anche per me la malattia è stata un’esperienza sconvolgente, ma allo stesso tempo, anche

profondamente “coinvolgente “. E se lo “sconvolgimento” che accompagna una malattia rimanda a pensieri e sentimenti come ansia, paura, incertezza, tristezza, quelli del coinvolgimento, che ha caratterizzato il mio percorso, hanno significato speranza, gioia di vivere e di donare. Nel mio caso il recupero è stato particolarmente lento e progressivo, ha richiesto continui confronti, diversi approcci terapeutici, una detossificazione profonda e un impegno quotidiano, speso per riacquistare la mia vita.

Per uno strano gioco del destino mi sono ritrovata proprio ad interfacciarmi da paziente con alcuni coautori del famoso primo Libro Bianco del Professor Giordano. Ma prima di allora, quanti viaggi, quante visite ho dovuto affrontare in cerca di risposte al mio malessere. Un malessere caratterizzato da una stanchezza disarmante, anche dal punto di vista mentale. Una stanchezza che spesso mi ha costretta a letto per intere settimane, con dolori diffusi, insonnia e diverse corse al pronto soccorso. Che ha scandito puntualmente un tragitto di molti mesi… che sono diventati anni. Nessuno mai sembrava avere una risposta chiara e definitiva. Il mio era una specie di male oscuro, un male di cui i medici non riuscivano a trovare la causa. Per me, invece, una causa doveva esserci, comunque, e quindi si doveva giungere ad una spiegazione chiara. A tutti i costi. Ero troppo giovane, ero sempre stata forte fino al quel momento e come poteva essere che quel corpo atletico, di cui ero sempre andata fiera, mi stesse tradendo. E poi, come era possibile che altre persone che mi erano vicino soffrissero, seppure in maniera minore, di sintomi simili ai miei?!

Non mi sono voluta arrendere ed ho continuato a cercare, finché sono arrivate le prime risposte. Ora, io mi sento testimone di un passaggio tra il vecchio ed il nuovo: tra le denunce, spesso trascurate ed insabbiate, dei ricercatori che scrivono della Terra dei Fuochi ed il recupero che invece si propone nella seconda parte di questo libro sotto forma di un bellissimo, indispensabile Progetto per la salute. Un recupero, il mio, passato attraverso un percorso di alfabetizzazione biologica, fatto di impegno quotidiano, di confronto e di un aiuto datomi da chi si occupa di questi malesseri, tipici delle così dette malattie ambientali…si perché questo era il mio malessere, una malattia ambientale senza nome, anch’essa figlia come me della “terra dei fuochi”. La mia guarigione è la prova che da queste malattie, così dette ambientali, si può guarire e con noi e come noi anche l’Ambiente dal quale esse originano. La salute per me è stata una conquista ed auguro a tutti quelli che si trovano nella situazione in cui mi trovavo io di vivere la mia stessa esperienza e di riappropriarsi della loro vita!

Adele D’Onofrio

 

[highlight] Liberamente tratto da “Reimagination: Autismo, dove ha inizio il cambiamento”; F. Verzella, 2016, in stampa [/highlight]

 

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Napoli: l’esperienza e la memoria.

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(immagine: manichino in plastica. Giovanni Pirozzi)

Da piccolo, durante i mesi estivi dopo la chiusura delle scuole, passavo le giornate nell’azienda familiare di allevamento di bufale, dove ho preso a lavorare regolarmente dopo aver conseguito il diploma. Lì ho vissuto gran parte della mia infanzia e adolescenza: felice e, nell’ingenuità che caratterizza quell’età, coltivavo il sogno che da grande avrei vissuto sereno in quei luoghi che erano e sono la mia terra.

Durante quegli anni la camorra era già radicata nella cultura delle persone, dove i soldi giustificano qualsiasi comportamento illecito. Crescendo ho sviluppato la passione per l’arte, la via di fuga da quella mentalità che per istinto rifiutavo e che mi faceva sentire come in una gabbia. Musica, cinema e arte figurativa sono passioni che da sempre coltivo come contributo per il cambiamento del mio paese: sculture, un documentario sulla tossicodipendenza AR un artista sconosciuto e un corto Memoria e Rinascita sulla morte di Antonio Bona, vittima innocente della camorra.

Quando cresci in posti come questo ti porti dentro un grande senso di rabbia e frustrazione: la camorra che  commercia il traffico dei rifiuti e gli imprenditori che li interrano fino a inquinare le falde acquifere; gli stessi imprenditori che avevano in mano la crescita del paese e lo stavano distruggendo forse per sempre… Poi la rabbia e il dolore sono entrate in casa sotto forma di malattia, quando a trent’anni ho scoperto di avere un tumore alla tiroide. Dopo l’operazione ho deciso di impegnarmi attivamente contro questo male ed ho incominciato a seguire diversi convegni sulle cause dell’alta percentuale di tumori in queste terre e i modi possibili per attutirne le conseguenze. Due cose sono state immediatamente chiare: la prima, che le istituzioni che omettevano e minimizzavano, erano e sono complici di questo biocidio; la seconda, che il problema aveva assunto proporzioni vastissime. L’indifferenza e la rassegnazione delle persone mi sembravano, comunque, il male peggiore. Andando ai convegni, infatti, notavo la pochissima affluenza e non riuscivo a spiegarmi il motivo di tale disinteresse verso un problema che aveva già creato tante vittime.

In quel periodo, ero da poco entrato a far parte di un’associazione culturale di San Cipriano d’Aversa la Work in Progress che si occupava esclusivamente di promozione musicale. Cercai di aprire gli occhi degli associati sul problema dei tumori, chiedendo la loro attivazione, ma un po’ per paura della camorra e un po’ per apatia all’inizio si dimostrarono indifferenti. Non mi arresi e pensai ad un’idea artistica, perché so bene che l’arte riesce ad arrivare oltre l’indifferenza.  Così proposi un’istallazione artistica che denunciasse l’indifferenza verso il problema dei tumori e le cause di questo biocidio e l’associazione ne fu entusiasta. L’istallazione composta da centocinquanta manichini realizzati con bottiglie di plastica riciclata, con al suo interno parti annerite a ricordare le patologie tumorali nella Terra dei Fuochi. Li istallammo per la prima volta lungo le strade dei comuni di Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano d’Aversa durante un’importante iniziativa dal titolo “Accendiamo la Speranza” l’ 11/12/13 ottobre 2013. Per 3 giorni nelle case, nelle scuole, nelle file agli uffici non si parlava di altro e la sensibilizzazione è stata immediata e collettiva. Da allora, i manichini sono stati ospiti in numerose città, convegni universitari e istituzionali.

L’arte rappresenta anche questo per me: la possibilità di fare qualcosa, una forma di comunicazione diretta e immediata. L’arte è come un sasso gettato in uno stagno, che suscita onde concentriche che si allargano sulla superficie coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, oggetti che se ne stanno ciascuno per conto proprio, nella pace o nel sonno, e che vengono richiamati in vita e obbligati a reagire e ad entrare in rapporto tra di loro. Questo voglio provocare con l’arte: obbligare quelle persone che se ne stanno lì dormienti a reagire; voglio che le mie opere funzionino come tanti piccoli sassolini che gettati nella mente delle persone producano onde in superficie e in profondità, provocando una serie infinita di reazioni a catena, che coinvolgano nella caduta suoni e immagini, ricordi e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria di questa terra.

Giovanni Pirozzi

[highlight] Liberamente tratto da “Reimagination: Autismo, dove ha inizio il cambiamento”; F. Verzella, 2016, in stampa [/highlight]

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Innocenza Biologica, Misericordia e Perdono

La Ricerca Scientifica nel settore delle Neuroscienze e della Medicina, a partire dagli anni ’70, ha prodotto una messe straordinaria di nuove conoscenze, nuove relazioni, nuove priorità, che suggeriscono un profondo cambiamento del nostro approccio alla vita quotidiana. Nello stesso periodo, il Sistema Internazionale, che regola la globalizzazione, ha manifestato segnali di squilibrio e di degrado, con crescenti caratteri di irreversibilità: inquinamento ambientale, tossicità alimentare, diffusione di malattie cronico degenerative, default di paesi e di città a democrazia avanzata, conflitti armati, trasmigrazioni di popoli, genocidi. Due caratteristiche fondamentali dello status quo sono di comune riscontro: il principio della produzione per la produzione, sostenuto dall’etica del profitto per il profitto. Si pensa che tutto questo succeda perché al centro del Sistema c’è il Denaro-Potere e l’uomo é fragile e corruttibile. Questa valutazione, antica, e sempre vera, non ci aiuta a comprendere perché questo succede. Un adagio recita: “quando tutto sembra perduto, ricordatevi di leggere il libretto delle istruzioni”. Nel nostro caso il libretto é rappresentato dalla storia evolutiva che caratterizza i primi anni di vita, a partire dalla fase prenatale. In breve: il primo modulo di conoscenza si forma attraverso la relazione con la madre, prevede due soli soggetti, uniti da una relazione esclusiva, attraverso la quale il neonato riceve i doni della maternità: il latte, le cure, gli abbracci, le consolazioni, la speranza. Il tutto durante una fase inconscia, preconscia e preverbale, che si estende per 20 lentissimi mesi, durante i quali si maturano le fasi strategiche per il nostro sviluppo fisico, mentale, emotivo. Sentimenti di sacralità e di gratitudine si imprimono nei nostri tessuti attraverso l’esperienza quotidiana, che prevede la certezza della madre ed i suoi doni. Questa esperienza pre e neonatale costituisce il fondamento biologico, mentale ed emotivo per ciascuno di noi e ad esso ricorriamo automaticamente negli anni successivi della adolescenza e della vita adulta, soprattutto nei momenti più intensi e delicati della nostra quotidianità. E’ questo il nostro oracolo: una memoria che in noi tutto anticipa, perché nasce prima della nostra intenzione e proietta e ci parla da una presenza statica, che contiene la memoria della madre, la sacralità della prima conoscenza e ci sovrasta e ci dispone ad una ricezione, necessariamente passiva. Quella che ha caratterizzato la nostra esperienza neonatale.  La frase “io non posso farci niente: sono fatto così!” traduce nel linguaggio comune questa esperienza. Ciascuno di noi porta con sé questa “riserva” percettiva, e dalla frequenza e dalla intensità delle sue rappresentazioni dipende il nostro grado di libertà mentale ed emotiva. La storia di questa relazione primaria e la sua evoluzione nei primi anni dello sviluppo infantile costituiscono il “credito di innocenza biologica“, che ciascuno di noi porta con sé. La nostra emancipazione comporta la progressiva marginalizzazione di questo riflesso, attraverso un’attiva ricerca di ciò che appare nuovo e diverso e promuove nuove abilità e nuove competenze. Una vera mutazione esistenziale: da una condizione caratterizzata dalla “ricezione” ad una animata dalla “proiezione”; dal ricevere passivo ed automatico, alla ricerca attiva del nuovo e del diverso. La nostra conoscenza, in gran parte mediata dal contatto oculare, passa così da un primo modulo binario, IO-TU, che comporta “dare e ricevere”, ad un modulo aperto: IO-MONDO, che evolve progressivamente verso “imparare e cambiare”. La quotidianità, dell’adolescente e dell’adulto, è caratterizzata da un continuo variare di esperienze temporali, in rapporto a: l’ora del giorno, gli alimenti assunti, gli impegni, le relazioni, gli obiettivi, gli incontri, le attese, la qualità della salute, il benessere. Tutto ruota, tutto cambia, per cui, quando cerchiamo un riferimento di certezza, inconsciamente e consciamente ricorriamo al nostro “oracolo” profondo e primitivo: alla relazione a due, affidata alla “legge” del dare-ricevere, che ciascuno di noi ha vissuto nel ruolo di “ricevente”. Questa verifica avviene in ciascuno di noi automaticamente e continuamente nel corso della giornata, “legittima” le nostre scelte e ci conforta.

Ad essa si riferiscono anche i dettati della legge, che regolano la vita delle società. La storia delle diverse civiltà riproduce costantemente il dialogo a due, che si realizza tra l’individuo e lo stato. La progressiva democratizzazione che si é affermata nelle carte costituzionali di questi ultimi 200 anni traduce il ruolo sempre più centrale e attivo assunto dall’individuo. Duemila anni fa, come oggi, il modulo che opera nella vita quotidiana é binario. l’IO ed il TU. In caso di “conflitto” questo modulo prevede una sola risoluzione: mors tua, vita mea, che, politicamente si traduce in rivoluzione o fondamentalismo. Nella esperienza comune colora le nostre relazioni di una intima ambivalenza: modula posture, disegna le pieghe del volto, articola proposizioni, formula progetti, alimenta silenzi, detta convenzioni, pubbliche e private. Duemila anni fa come oggi. Riconoscere questo nostro limite, non ci immunizza dalla sua dipendenza. Occorre affrontare una lettura quotidiana dei nostri vissuti e delle nostre attese, che, a ben guardare, costituisce il momento centrale del nostro impegno e la garanzia di una serenità non convenzionale, ma esistenziale. Giungiamo così per gradi ad un confronto tra la verità offerta dalla società e quella offerta dalla nostra individualità biologica. E’ l’incontro di due esperienze, che oggi hanno la possibilità di dar vita ad un cambiamento della nostra storia e della nostra evoluzione, quando Misericordia e Perdono scoprono nell’Alfabeto Biologico le lettere che consentono la loro formulazione e la loro esistenza. E’ la grande opportunità che il Concilio della Misericordia e la Ricerca Scientifica hanno di celebrare, insieme, una nuova fase della nostra storia e della nostra evoluzione!

 


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Lettera al Dott. Iacona – 10 Domande sulle Vaccinazioni di Massa

Gentile Dottor Iacona, con riferimento alla serata dedicata al tema “Vaccinazioni ed Autismo” della prossima domenica, 10 Gennaio, desidero proporLe la riflessione, di un “genitore non medico”.

Sarei felice di ricevere il suo commento personale e, se vorrà leggerla pubblicamente, avrà la gratitudine di molti.

La ringrazio per la disponibilità.

Franco Verzella

10 Domande sulle Vaccinazioni di Massa

  • La formula farmacologica che caratterizza i diversi vaccini può rimanere valida ogni anno, e per molti anni, nei confronti di alcuni milioni di nuovi bambini, tutti diversi per ragioni individuali ed ambientali ?
  • Sei farmaci in contemporanea per via iniettiva, sono comprensibili per un’emergenza grave ed acuta (rianimazione, pronto soccorso, sala operatoria); in questo caso il termine prevenzione si riferisce al possibile decesso del paziente. Nel caso delle vaccinazioni il riferimento è la prevenzione. Come è possibile giustificare un trattamento farmacologico così intenso e complesso a scopo preventivo ?
  • 15 Paesi della Comunità Europea hanno riconosciuto alla famiglia la libertà di scelta terapeutica. Quali sono le ragioni geografiche, ambientali, sociali, storiche, politiche, sanitarie, culturali per cui questo diritto fondamentale, oggi, non può essere riconosciuto anche alla famiglia italiana?
  • Perché le vaccinazioni obbligatorie son 4 e le vaccinazioni praticate sono 6?
  • Perché non sono disponibili vaccini singoli?
  • La tossicità è intrinseca a qualsiasi farmaco, in quanto molecola estranea: perché non è disponibile una scheda clinica per valutare preventivamente le condizioni di salute del singolo bambino ed una post-vaccinale, per monitorare la sua risposta nei mesi seguenti?
  • Perché la sorveglianza delle possibili complicanze è passiva, a fronte di un obbligo imposto dal Governo?
  • Perché in caso di reazione avversa di un vaccino non obbligatorio, il Governo e non l’Azienda Farmaceutica deve risponderne in tribunale?
  • E’ stato calcolato l’acquisto in salute da parte delle nuove generazioni se i fondi attualmente destinati alle vaccinazioni venissero stanziati per promuovere l’ educazione alla salute delle famiglie ed il benessere dei loro bambini?
  • La Ricerca Scientifica ha accertato che la prevenzione della malattia comprende: educazione e formazione , nutrizione personalizzata ed integrata con molecole naturali volte a potenziare i sistemi di detossificazione e di difesa immunitaria, relazioni familiari e sociali, qualità del lavoro e dell’ambiente. Perché per un neonato dovrebbe comprendere il ricorso a dosi elevate e ripetute di farmaci, per via iniettiva?
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LA VITA IN NOI E ATTORNO A NOI

La mente è il risultato della evoluzione e non di una pianificazione razionale.

E’ questa ricchezza di livelli e non un nuovo principio esoterico a rendere così difficoltosa la riflessione sulla mente. I contenuti semantici sono privi di significato se manca l’intenzionalità. Negli esseri umani ciò richiede una coscienza ed un sé. Una teoria della mente non può eludere questo punto, che non è soltanto una questione di linguaggio, ma anche un grande problema biologico” (Gerard Edelman).

Solo se le funzioni dei neuroni vengono considerate come conseguenza dell’attività di specifiche componenti molecolari delle cellule nervose è possibile apprezzare in tutta la loro importanza i nuovi progressi ottenuti dalle neuroscienze”. (Eric Kandel)

La proposta che nasce dal dialogo tra Edelman e Kandel è quella di una struttura molecolare della nostra coscienza, che oggi sappiamo essere condivisa, diversa-mente, da tutti gli esseri viventi, piante ed animali.

Infatti! “ la continuità della tela che la vita tesse sulla terra da oltre 3,5 miliardi di anni trova riscontro nei modelli funzionali di base: tutte le forme di vita traggono energia dal glucosio o da un suo segmento a tre atomi di carbonio e utilizzano molecole di ATP (adenosin-tri-fosfato) come monete di scambio energetico. Tutte racchiudono negli acidi nucleici le informazioni indispensabili alla riproduzione, al coordinamento metabolico, al montaggio delle proteine. Tutte fabbricano gli acidi nucleici con i medesimi 5 nucleotidi e le proteine con gli stessi 20 aminoacidi tra i circa 200 esistenti in natura. Tutte impiegano proteine come enzimi per catalizzare la miriade di reazioni chimiche. Tutte utilizzano 27 elementi chimici essenziali, meno di un terzo di quelli naturalmente esistenti nel pianeta. (Aldo Sacchetti)

Tutte vibrano sotto l’influenza dell’elettromagnetismo terrestre. Tutte dipendono dall’humus, che ricopre come una pellicola la superficie del Pianeta. Tutte nascono dall’incontro della luce con la clorofilla e l’acqua. Tutte sono figlie del Tempo, che modula e inventa le loro storie infinite e contiene il nostro destino!

Se siamo così fortunati da riconoscere e comprendere che la nostra vita mentale è espressione di questa comune matrice, possiamo finalmente aprirci ad un dialogo nuovo con le persone, le piante e gli animali!

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APPUNTI

La società globalizzata, quotidianamente, ci propone segnali di distacco e di novità nei confronti dell’ambiente in cui  ci siamo formati.  L’impressione  è quella di essere all’interno di un grande ”pentolone”, in cui tutto cambia continuamente.

La ricerca scientifica negli ultimi 30 anni ci fornisce gli strumenti adatti per poter ordinare e coordinare la pioggia di informazioni  che ci investe. In particolare, la tecnologia informatica e la biologia  molecolare quantistica convergono  per traghettarci da un mondo oggettuale, caratterizzato dalla gravità fisica, ad un universo processuale animato dal tempo. Non più cose, corpi, oggetti, ma una rete di processi in continuo cambiamento. L’attenzione si sposta dalla ricerca dei dati alla interpretazione  di relazioni temporali, che divengono e cambiano per ciascuno di noi, in rapporto all’ora del giorno, agli alimenti assunti, al lavoro, ai nostri progetti, alle attese, secondo un “volano”  che si svolge attraverso cicli quotidiani, settimanali, mensili….E’ questo volano individuale  lo strumento che ordina e coordina le nostre esperienze secondo criteri che si sono formati in una fase precoce del nostro sviluppo, tra il concepimento ed i primissimi anni, dove possiamo distinguere cinque intervalli  particolarmente importanti: la vita prenatale, la nascita, i 12 mesi, i 3 ed i 7 anni. Il susseguirsi di queste diverse fasi di “accreditamento “ nei confronti della quotidianità crea e caratterizza una “matrice” biologica, energetica e percettiva, che ci accompagna per tutta la vita e “suggerisce”  attitudini, sensibilità, energie, scelte e comportamenti, in cui noi ci riconosciamo.

Leggere ed interpretare questa prima matrice in termini di salute e benessere è la sfida della ricerca, in biologia e medicina, dal cui successo dipende la fortuna dello sviluppo sostenibile e della conservazione della vita sul pianeta.

Mi capita spesso di interrogarmi sul percorso svolto, a partire dalle 13,5 di quel lontano 30 Agosto del 1939, per cercare di leggere segretamente, all’insaputa dell’Io quotidiano, le ragioni che hanno caratterizzato la mia storia. E’ una consuetudine che oggi riconosco come il nucleo centrale di tutto il mio lavoro, che ho svolto senza distinguo, tra la vita privata e quella professionale. In questi ultimi dieci anni, l’esperienza con i bambini ed  i disturbi del loro sviluppo hanno attribuito a questa ricerca una determinazione, che alimenta l’impegno della mia testimonianza. Non più random, ma quotidiana , prioritaria, sistematica.