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Nuove evidenze indicano l’autoimmunità come un fattore responsabile nell’autismo

TIROIDEautismo puzzle

Gli autori hanno identificato tutti i bambini nello spettro autistico nati in Finlandia tra il 1987 e il 2005 e li hanno confrontati con bambini fuori dallo spettro, scelti per età, sesso e luogo di nascita simili. Brown e i colleghi hanno analizzati campioni di sangue prelevati dalle madri in gravidanza e hanno misurato i livelli serici della TPO-Ab (thyroid peroxidase antibody).

La presenza di TPO-Ab indica che il sistema immunitario sta reagendo contro un enzima tiroideo, la tiroide perossidasi, che gioca un ruolo chiave nella formazione degli ormoni tiroidei. Tipicamente TPO-Ab è un indicatore di patologia tiroidea autoimmune (Hashimoto, Graves).

La presenza di TPO-Ab+ materna era aumentata in modo significativo nelle gravidanze che hanno dato bambini in ASD (6.15%) rispetto ai controlli (3.54%). La probabilità per autismo era aumentata dell’80% tra i bambini le cui madri erano TPO-Ab+ in gravidanza rispetto a quelle negative per l’anticorpo. I livelli degli ormoni tiroidei non presentavano differenze tra i due gruppi.

[highlight] Brown HM et Al. Maternal thyroid autoantibody and elevated risk of autism in national birth cohort. Progress in Neuro-Psychopharmacology & Biological Psychiatry. 2015 (57): 86-92. [/highlight]

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I bambini in ASD possono avere difficoltà a metabolizzare il bisfenolo

Baby drinking from bottle

bisphenol A

Un nuovo studio evidenzia come l’esposizione al bisfenolo A (BPA), molecola usata nelle plastiche, potrebbe essere correlata con ASD (Autism Spectrum Disorders).

Nello studio di Stein e collaboratori, sono stati misurati i livelli di BPA libero e totale in 46 bambini ASD e 52 controlli normotipici. La differenza tra BPA libero e totale dà la quota di BPA legato all’acido glucuronico nel fegato, nel processo detto di glucuronidazione, attraverso cui la molecola è resa solubile e può così essere escreta nelle urine.

Circa il 20% dei bambini ASD presentava livelli di BPA oltre il novantesimo percentile della distribuzione di frequenza del campione totale dei 98 bambini. Nei due gruppi, vi erano inoltre differenze significative tra livelli totali e livelli legati di BPA, a evidenza della difficoltà nei bambini ASD a metabolizzare il BPA.

Studi precedenti hanno correlato il BPA ai problemi comportamentali e di apprendimento.

[highlight] Stein TP et Al. Bisphenol A exposure in children with autism spectrum disorders. Autism research, January 13, 2015 (on line) [/highlight]

 

Il BPA è una molecola di sintesi usata nella produzione di materie plastiche in policarbonato, resine epossidiche e altri materiali polimerici e nella fabbricazione di alcuni tipi di carta. Il policarbonato è usato nella produzione di recipienti per alimenti e bevande (stoviglie di plastica, contenitori per la cottura a microonde, utensili da cucina, serbatoi per l’acqua e tettarelle). Le resine epossifenoliche a base di BPA, invece, trovano uso nel rivestimento protettivo di lattine da bibita e barattoli di latta per alimenti e nel rivestimento sui serbatoi residenziali per lo stoccaggio di acqua potabile.

La nuova normativa, basata sugli ultimi dati a disposizione, ha abbassato la dose giornaliera tollerabile da 50 µg/kg/giorno (microgrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno) a 4 µg/kg/giorno.

Recentemente l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA, European Food Safety Authority) ha condotto una valutazione del rischio per BPA basata su: (1) studi animali e sull’uomo finalizzati ad identificare eventuali pericoli per la salute associati all’esposizione di BPA, (2) dati per valutare le stime dell’esposizione al BPA derivante dal consumo di alimenti e conseguenti a inalazione di polvere ed esposizione per via cutanea.

Le conclusioni cui è pervenuta la EFSA sono state che gli attuali livelli di esposizione attraverso l’alimentazione e tutte le altre fonti sono “nettamente al di sotto del livello di sicurezza” e che quindi il BPA non rappresenta un rischio per la popolazione di qualsiasi età, inclusi i feti. Secondo queste stime, l’esposizione più elevata possibile resta da 3 a 5 volte inferiore al livello di sicurezza.

Ad oggi si ritiene che dosi di BPA superiori di centinaia di volte alla dose giornaliera tollerata causino effetti dannosi su reni e fegato e, negli animali, anche sulla ghiandola mammaria. Gli effetti sui sistemi riproduttivo, nervoso, immunitario, metabolico e cardiovascolare e il potenziale effetto cancerogeno ad oggi non possono essere esclusi,  ma non sono considerati probabili.

Il risultato, considerato provvisorio dall’EFSA, attende una ridefinizione tra due-tre anni, quando saranno disponibili i risultati di uno studio a lungo termine condotto sui ratti nell’ambito del US National Toxicology Program.

http://www.efsa.europa.eu/it/topics/topic/bisphenol

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Obesità materna e rischio di autismo

donne gravide obeseRisultati recenti correlano l’obesità materna prima della gravidanza con autismo e deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD). I dati sono stati raccolti dall’Infant Feeding Practices Study II e l’analisi di correlazione è stata svolta su 1311 madri.

I ricercatori hanno trovato che i bambini figli di donne obese o gravemente obese (BMI >35) prima della gravidanza avevano una più alta probabilità di ricevere diagnosi di autismo o ADHD rispetto ai figli di donne normopeso, rispettivamente di tre e quattro volte maggiore. La condizione di obesità in pre-gravidanza inoltre correlava con sintomi emotivi nei figli, problemi con i coetanei, difficoltà psicosociali.

Il controllo per alcune importanti variabili (aumento di peso in gravidanza, diabete gestazionale, tempo di allattamento, depressione post-partum e peso del neonato alla nascita) non ha modificato la correlazione emersa.

Secondo i ricercatori, lo stato infiammatorio cronico, che caratterizza la condizione di obesità, interferirebbe negativamente con lo sviluppo del cervello in fase fetale.

 

[highlight] Heejoo J et Al. Maternal prepregnancy body mass index and child psycosocial development at 6 years of age. Pediatrics, April 27, 2015 (on line) [/highlight]

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Parto cesareo e fattori di rischio metabolico in Brasile

parto cesareoUno studio brasiliano ha indagato la relazione tra parto cesareo e fattori di rischio metabolico in giovani adulti. Il campione era costituito da 2063 individui nati tra il 1978 e il 1979 e ritestati 23-25 anni dopo; poco più della metà erano femmine. Il parto cesareo era praticato nel 32% dei partecipanti, con maggior frequenza tra le madri più anziane e con maggior grado di istruzione.

Le informazioni raccolte alla nascita comprendevano: tipo di parto, peso alla nascita, età materna, parità, istruzione materna e fumo; quelle raccolte oltre venti anni dopo comprendevano misure antropometriche e biochimiche, livello di istruzione e fumo dei partecipanti.

Il cesareo è già noto per alterare la costituzione del microbioma intestinale del neonato; è inoltre stato associato a obesità infantile e adulta.

In questo studio, il parto cesareo, se confrontato con quello vaginale e dopo correzione per più fattori, si associava ad un maggior indice di massa corporea (BMI), ma non agli altri fattori di rischio metabolico: livelli di glucosio, modello di omeostasi per la stima della resistenza insulinica, indice quantitativo di controllo della sensibilità insulinemica, colesterolo totale, HDL, LDL, trigliceridi).

 

[highlight] Rombaldi Bernardi J et Al. Cesarean delivery and metabolic risk factors in young adults: a Brazilian birth cohort study. Am J Clin Nutr August 2015 vol. 102 no. 2 295-301 [/highlight]